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Rosarita Cuccoli, La Logica della Solitudine

(La nota è basata sull’intervento del Dr Christopher Rollason in occasione della presentazione del volume, avvenuta presso la Libreria Pendragon di Bologna il 21 settembre 2004, presenti anche l’autrice e il Dr Vincenzo Bagnoli)

Edgar Allan Poe, a cui è dedicata una strada a Bologna, ha scritto un lavoro sulla Filosofia della Composizione, e José Saramago proprio recentemente ha intitolato il suo ultimo romanzo Saggio sulla Lucidità. Se nell’universo delle lettere la composizione può avere una sua filosofia e la lucidità essere il tema di un saggio, allora anche la solitudine può avere una sua logica. Ed ecco La Logica della Solitudine emergere come il titolo del primo romanzo di Rosarita Cuccoli, nativa di Bologna e già autrice della raccolta di poesie L’Amore Più Profondo, edita da Pendragon nel 1998 con prefazione di Vincenzo Bagnoli. Con questa sua nuova opera, sicuramente non ci troviamo di fronte ad un saggio bensì a un romanzo, eppure percorrendone la narrativa, così finemente sensibile, il lettore può essere portato ad estrapolarne alcune conclusioni – per la verità non troppo confortanti – sulle relazioni umane e sulla solitudine che esse paradossalmente generano.

Il racconto segue una trama dalla lunga tradizione, quella della sfortunata storia d’amore fra un uomo e una donna, aggiornata per l’occasione all’era di Internet. Esso viene narrato in terza persona, a rispetto delle convenzioni generali del realismo classico, e gli avvenimenti sono descritti interamente a partire dalla prospettiva della protagonista femminile. Una studentessa italiana a Cambridge, Anna, si innamora e disinnamora di Marco, connazionale che come lei studia sul posto. In ogni momento della storia, Marco si rivela incapace di mostrare quell’impegno che invece Anna gli offre e al tempo stesso domanda. Per descrivere la passione e disillusione di Anna, il racconto si svolge secondo uno schema lineare, narrato al passato, con interpolazioni in forma di lettere ed e-mail. I nomi di Anna e Marco – sebbene la storia non sia la stessa – sono ispirati alla nota canzone scritta e registrata nel 1970 da un altro artista nato a Bologna, il cantautore Lucio Dalla (Dalla è anche menzionato nel testo del romanzo, quando si fa esplicitamente riferimento a una cassetta che Anna possiede – 73).

È la storia di un trasferimento all’estero. Anna, bolognese, sta preparando un dottorato di ricerca in relazioni internazionali e svolge il suo percorso accademico fra Cambridge, Bruxelles e Ginevra. Marco, originario di Firenze, anche lui laureato, conduce studi nel campo della psicologia sperimentale nei laboratori della famosa università britannica. Cambridge stessa diventa in un certo senso laboratorio, il laboratorio dove studiare le relazioni inter-personali in uno spazio ristretto quali esse si sviluppano fra due membri di un piccolo, ristretto gruppo di persone. Tale gruppo è quello della comunità italiana, soprattutto di laureati e in particolare italiani, che studiano all’università di Cambridge. Nel corso del racconto, la mancanza di contatto fra Anna, Marco e i loro amici, e la comunità invece di studenti britannici è considerevole. Cambridge viene percepita dagli studenti italiani, provenienti da una tradizione universitaria differente, come uno spazio in un certo senso alieno: anche se Anna e gli altri sono a pari dignità “sublimi menti cantabrigiane” (11) e studiano “nella stessa prestigiosa università” (8), il concetto di università d’élite, così come il sistema dei college, tanto emblematico di Cambridge, non appartengono al modello italiano. Al tempo stesso, però, alcune delle caratteristiche della vita studentesca di Cambridge – la sistemazione in studentati, le feste, le serate che proseguono fino a tarda notte – risultano familiari a chi sia abituato allo stile bohemien della cultura studentesca di Bologna. C’è dunque, dietro allo svilupparsi della relazione, un intreccio dialettico costante fra estraneità e familiarità, mentre sullo sfondo Cambridge viene resa tangibile attraverso l’evocazione frequente dei toponimi della città e della sua università – il Magdalene (cioè il college di Anna), Trinity Hall (il college di Marco), il Downing Site (dove si trovano i laboratori), lo spazio verde dei Backs, Jesus Lane, la Round Church Street, Trumpington Street, ed anche luoghi più plebei della città quali il centro commerciale Grafton.

Il trasferirsi all’estero incontra la modernità in una relazione che è strutturata tanto intorno alle e-mail quanto agli incontri fisici. Anna e Marco non si vedono tutti i giorni, ma il loro scambio di e-mail assicura al rapporto una certa continuità, se non armonia, fino a quando questo dura. La comunicazione via Internet paradossalmente serve, quindi, a collegare non due persone che vivono ai lati opposti del mondo ma invece due persone vicine, che si trovano nella stessa città e nello stesso ambiente. Per Anna, il mondo apparentemente freddo e neutrale del computer finisce per caricarsi di emozioni, perché ogni volta che apre la sua casella di posta elettronica si domanda se troverà un messaggio di Marco – e se questo accade, che tipo di messaggio: “Anna si precipitò a occupare uno dei due computer nel corridoio laterale per controllare l’e-mail. Scoprì che Marco le aveva scritto, diceva di aver passato una bella serata e la invitava a cena per ricambiare l’invito, questa volta, però, a casa da lui. Com’era accaduto per il precedente messaggio, Anna lo rilesse immobile sulla sedia per un numero imprecisato di volte” (18). Per una sensibilità quale quella della protagonista, un semplice messaggio e-mail diventa un testo da leggere e rileggere, da rivedere, scavare in ogni sua riga, da interpretare all’infinito e conservare nella memoria come un bene prezioso.

Attraverso la sensibilità delicata e attenta di Anna, La Logica della Solitudine ci appare come un esempio evidente di quella che può essere definita “scrittura femminile”. Questo romanzo difficilmente avrebbe potuto essere scritto da un uomo: il lettore si trova davanti a un’analisi introspettiva, che dà la precedenza al mondo interiore dei pensieri e delle sensazioni e che riveste il mondo esterno con i colori delle emozioni. Il testo ci offre il ritratto di una donna – intellettuale, riflessiva e in carriera, certamente, ma soprattutto una persona di sentimenti – con le sue occupazioni, abitudini, i suoi gusti, così come i suoi principi ed aspirazioni nella sfera dei rapporti umani. Anna è una donna profonda e spirituale, “più anima che corpo” (63), incline all’autoanalisi: “Anna era incapace di essere superficiale, suo malgrado, tutto in un modo o nell’altro la coinvolgeva. Dai più quel suo stato mentale e psicologico veniva definito ‘sensibilità’ o addirittura ipersensibilità, enfasi che implicitamente doveva indicare una dote quasi soprannaturale riservata a pochi” (38). Siamo in presenza di un tipo particolare di produzione letteraria femminile caratterizzata dalla chiarezza dell’analisi introspettiva: il lettore viene accompagnato con la protagonista ad “osservare lo spettacolo della sua vita” (88). La critica letteraria potrebbe, attraverso uno studio dettagliato del testo, situare la scrittura di Rosarita Cuccoli nella tradizione segnata da autrici quali Virginia Woolf e Marguerite Duras, o, in terre più distanti, Clarice Lispector in Brasile e Rosario Castellanos in Messico. Le frasi sono calibrate con leggerezza e attenzione; poche ma significative parole arrivano a racchiudere il massimo peso possibile delle emozioni senza crollarvi dentro: ‘Di notte si girava e rigirava nel letto in un vortice di pensieri, Marco era su ogni lato. Ossessione, senza dubbio, ma insieme ad essa anche orgoglio, rifiuto del rifiuto, inaccettabile perdita di potere. E se invece fosse stato più semplicemente un legame, tanto più forte perché senza senso?” (109)

Marco in tutto questo, nel frattempo, appare di una superficialità quasi congenita, incorreggibile, mai intenzionato ad andare in profondità e incapace di impegnarsi. È pur vero che la storia d’amore è narrata dal punto di vista di Anna, ma il lettore ha comunque l’impressione che se anche Marco avesse avuto diritto di parola, la differenza sarebbe stata minima. Marco è caratterizzato da un’assenza totale di consapevolezza e considerazione per gli altri, compresa Anna. Un episodio nel racconto, in apparenza banale, lo mostra chiaramente, quando scompare senza ragione nel mezzo di una serata in discoteca.

Anna viene ripetutamente e dolorosamente delusa da questa sua perenne indifferenza. Per parecchi mesi e fino a quando la fiducia rimane, riesce a mantenere un delicato equilibrio, senza oltrepassare certi limiti e sempre cosciente delle “regole tacite della loro storia” (97). Successivamente si sforzerà di interpretare, invano, quello che peraltro già agli inizi aveva intravisto come un “universo privo di logica” (67). Nonostante tutto questo, il titolo del libro sembra però volerci suggerire che la storia una sua logica, nascosta da qualche parte, in fondo ce l’ha. La solitudine di Anna può essere vista come il risultato logico dell’incapacità di Marco di lanciare un ponte verso gli altri. E Marco, evidentemente, soffre della sua propria logica della solitudine, per il fatto di non esserci per gli altri. Potrebbe essere, allora, proprio in questa combinazione, “la logica paradossale della loro storia” (53).

Una volta riposto il libro, il lettore sensibile si troverà certamente in uno stato psicologico di empatia con Anna, con cui avrà condiviso sofferenza e perplessità, ma di lei avrà anche apprezzato la resistenza, la capacità di sopravvivere a un tale inferno di non-comunicazione. Ciò che emerge da questo attento, riflessivo romanzo è l’idea di un’Anna cercatrice continua e indefessa (“un’anima alla ricerca” – 128), alla caccia di quegli effimeri momenti in cui il tempo si ferma e tutto improvvisamente ha un senso, come in un lampo (“incontrare, per qualche istante, il paradiso” – 111). Il lettore lascierà le pagine di Rosarita Cuccoli con la convinzione che, per quanto confuso possa apparire il mondo dei rapporti umani, l’esistenza si giustifica proprio attraverso la ricerca di queste epifanie, questi momenti di improvvisa rivelazione, che sembrano volerci costantemente sfuggire ma che restano eternamente necessari.